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I criteri di legittimità del servizio di videosorveglianza installato da privati a tutela delle proprie proprietà

(Cass. Civ., Sez. I, Ord. n. 7289 del 19 marzo 2024).

La Suprema Corte di Cassazione è stata chiamata ad esprimersi in merito ai confini di legittimità del sistema di videosorveglianza installato dal privato per finalità di sicurezza personale.

La vicenda in questione aveva inizio nel 2011, quando due fratelli convenivano in giudizio ilproprietario dell’immobile situato a confine con la loro proprietà, il quale aveva installato sulla facciata esterna della propria abitazione un sistema di videosorveglianza puntato sul tratto di strada privata antistante il cancello d’ingresso della proprietà. I fratelli deducevano, in particolare, che detta installazione risultava lesiva della loro privacy e riservatezza, dal momento che erano soliti percorrere la predetta via privata in forza del diritto di servitù di passaggio esistente il favore del loro fondo. I fratelli, pertanto, adivano l’Autorità giudiziaria affinché il vicino venisse condannato alla rimozione o al ricollocamento dell’impianto, nonché al pagamento nei confronti dei medesimi dei danni loro cagionati.

La Corte d’Appello, riformando la decisione assunta in primo grado dal Tribunale, riscontrava la violazione della disciplina dettata a tutela dei dati personali alla luce della mancata prestazione del preventivo consenso da parte degli attori, i quali ricoprivano nella vicenda di cui in oggetto il ruolo di soggetti interessati dal trattamento effettuato mediante il sistema di videosorveglianza. La Corte, pertanto, condannava il vicino alla rimozione delle videocamere e lo condannava altresì alla corresponsione di un equo risarcimento.

Avverso la sentenza emessa all’esito del secondo grado di giudizio, proponeva ricorso in cassazioneil vicino, denunciando la violazione della disciplina dettata dal Codice della privacy, il d.lgs. 196/2003. Questo, in particolare, eccepiva anzitutto che la corte di merito si fosse basata su un’interpretazione del Codice così come modificato nel 2018, a seguito dell’entrata in vigore del Regolamento Europeo, e dunque successivamente rispetto alla fattispecie di cui in oggetto. In secondo luogo, egli contestava che la Corte d’appello non avesse dato il giusto rilievo al fatto che il trattamento in questione fosse realizzato per un fine esclusivamente personale di tutela della propria abitazione.

La Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi sul ricorso, ha anzitutto ammesso l’applicabilità al caso in esame del Codice della privacy, seppur nella stesura anteriore alle modifiche apportatevi nel 2018, rilevando, dunque, come ai sensi del predetto la possibilità di utilizzare sistemi di videosorveglianza è consentita purché ciò non determini un’ingerenza ingiustificata nei diritti e nelle libertà fondamentali degli interessati.

In particolare, ha osservato la Corte, l’installazione di sistemi di rilevazione delle immagini deve avvenire nel rispetto, oltre che della disciplina in materia di protezione dei dati personali, anche delle disposizioni dell’ordinamento applicabili, quali, tra le altre, le vigenti norme dell’ordinamento civile e penale in materia di interferenze illecite nella vita privata. Stante quanto evidenziato, sarebbe altresì necessario, che il trattamento sia fondato su uno dei “presupposti di liceità” indicati dalla normativa e che siano rispettati i principi di necessità” e di “proporzionalità” indicati dal medesimo codice.

Sebbene, poi, come indicato dal ricorrente, il Codice espressamente preveda una disciplina derogatoria nel caso di trattamento dei dati personali effettuato da persone fisiche per fini esclusivamente personali, ha evidenziato la Corte, essa non può trovare applicazione al caso di cui in oggetto. Infatti, questa gode di un ambito di applicazione limitato al caso in cui il trattamento sia sì eseguito da persona fisica a fini personali e senza diffusione o comunicazione dei dati, ma anche entro un ambito operativo circoscritto, con sistemi di ripresa il cui ambito visuale sia limitato ai soli spazi di esclusiva pertinenza di colui che effettua il trattamento. Tali aspetti, rendevano la disciplina derogatoria citata inapplicabile al caso di specie, ove la strada in questione era soggetta a servitù di passaggio a beneficio di soggetti terzi rispetto al titolare del trattamento.

Stante l’impossibilità di applicare la deroga citata, ha osservato la Corte, il trattamento avrebbe potuto essere legittimamente effettuato solo ove fosse stato espresso il consenso preventivo dell’interessato, oppure se fosse ricorso uno dei presupposti di liceità di cui all’art. 24 del Codice. Presupposto che era qui da individuare nel Provvedimento dell’8 aprile 2010 del Garante della Privacy italiano, ove il Garante, dopo aver preso atto che nel caso di trattamenti mediante sistemi di videosorveglianza la possibilità di effettuare la raccolta del consenso risultava in concreto limitata dallo strumento medesimo utilizzato, riteneva di dare attuazione all’istituto del bilanciamento degli interessi. Il Garante, dunque, in tale provvedimento individuava i casi in cui la rilevazione delle immagini, con esclusione della successiva diffusione, avrebbe potuto avvenire senza previa raccolta del consenso, laddove effettuata nell’intento di perseguire un legittimo interesse del titolare attraverso la raccolta di mezzi di prova o perseguendo fini di tutela di beni e persone da possibili aggressioni, furti o rapine.

Stante quanto complessivamente rilevato, dunque, la Corte di Cassazione ha cassato la sentenza impugnata per aver falsamente applicato il Codice della privacy e il provvedimento emesso dal Garante nel 2010, erroneamente ritenendo che il trattamento di cui al caso di specie richiedesse il rilascio del preventivo consenso da parte dell’interessato, e rinviava alla Corte d’Appello affinché decidesse in applicazione del seguente principio:

Il trattamento dei dati personali effettuato a mezzo videosorveglianza da un privato per fini diversi da quelli esclusivamente personali è lecito ove sia effettuato in presenza di concrete situazioni che giustificano l’installazione , a protezione delle presone, della proprietà o del patrimonio aziendale e ove si avvalga di un utilizzo delle apparecchiature volte a riprendere le aree di comune disponibilità con modalità tali da limitare l’angolo visuale dell’area effettivamente da proteggere, evitando, per quanto possibile, la ripresa di luoghi circostanti, in uno a terzi o su cui terzi vantino diritti e di particolari che non risultino rilevanti”.

Data di pubblicazione
22.03.2024
Argomento trattato

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