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I limiti della legittimità del licenziamento intimato al dipendente raggiunto da una condanna penale

La Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 4458 del 20 febbraio 2024 ha ribadito il principio per cui le condotte (commissive o omissive) extralavorative del dipendente, integranti illecito penale, hanno rilevanza sotto il profilo disciplinare, anche se perpetrate prima dell’instaurazione del rapporto, solo qualora le stesse siano giudicate con sentenza penale di condanna irrevocabile intervenuta a rapporto in corso e risultino effettivamente idonee a incidere negativamente sul vincolo fiduciario che deve sempre sussistere tra le parti.

La Suprema Corte ha infatti chiarito che la giusta causa di licenziamento non si configura unicamente nel caso di una condotta ontologicamente disciplinare ma anche se quest’ultima “pur non essendo stata posta in essere in connessione con lo svolgimento del rapporto di lavoro e magari si sia verificata anteriormente ad esso, nondimeno si rilevi ugualmente incompatibile con il permanere di quel vincolo fiduciario che lo caratterizza e sempre che sia stata giudicata con sentenza di condanna irrevocabile intervenuta a rapporto ormai in atto”.

Con specifico riferimento all’ipotesi in cui la condotta criminosa sia stata realizzata dal dipendente prima dell’instaurazione del rapporto di lavoro i giudici di legittimità dovranno valutare – attraverso una verifica giurisdizionale da effettuarsi sia in astratto che in concreto – se la condotta extralavorativa sia in grado di elidere l’essenziale elemento fiduciario.

Nel caso affrontato la Suprema Corte ha ritenuto immune da censure il provvedimento della Corte territoriale che aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento, avendo i giudici di merito escluso che i fatti addebitati al dipendente, seppur gravi (416bis c.p.), potessero assumere una rilevanza disciplinare attuale.

Ciò in quanto, da un lato, la condotta del lavoratore risultava molto risalente nel tempo (oltre 20 anni prima del licenziamento) e, peraltro, l’irrevocabilità della sentenza di condanna precedente all’avvio del rapporto di lavoro, dall’altro, “la condanna (…) non ha inciso sul rapporto di lavoro in atto, né messo in pericolo il corretto adempimento delle prestazioni future, né compromesso l’affidamento del datore di lavoro sui futuri adempimenti”. Tale ultima valutazione è stata effettuata dai giudicanti anche tenuto conto delle mansioni del lavoratore e del suo ruolo societario (il dipendente, autista di mezzi per la raccolta di rifiuti, non aveva alcun potere gerarchico e decisionale nella società tale da fare supporre o intravedere il rischio di infiltrazioni mafiose nella stessa).

Data di pubblicazione
6.03.2024

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