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Il patto di stabilità nel contratto di apprendistato professionalizzante

Con la sentenza n. 1646 del 9 febbraio 2024, il Tribunale di Roma ha ritenuto legittima la clausola contrattuale con cui l’apprendista si obbligava a risarcire il datore di lavoro – con una somma pari alla retribuzione corrisposta per ogni giornata di formazione allo stesso erogata fino al momento del recesso – in caso di rassegnazione di dimissioni prive di giusta causa o giustificato motivo durante il percorso formativo (cd. patto di stabilità).

Nella sua decisione il Giudice capitolino ha innanzitutto escluso la vessatorietà della clausola esaminata, rilevando che, in materia contrattuale, le caparre e le clausole, con cui le parti determinano in via convenzionale e anticipata la misura del ristoro economico da riconoscersi all’altra parte in caso di recesso o inadempimento, non rientrano tra quelle ex art. 1341 c.c. e quindi non necessitano di una specifica approvazione.

Tra queste vi è la clausola di durata minima, ritenuta applicabile anche al contratto di apprendistato, che è correlata a un diritto disponibile per cui il datore di lavoro che lamenti il mancato rispetto del periodo minimo di durata può richiedere al lavoratore il risarcimento del relativo danno. Del resto, evidenzia il Giudicante, ferma la disciplina dell’apprendistato, alcun limite all’autonomia privata è stato fissato dal legislatore in tema di facoltà di recesso del lavoratore dal rapporto di lavoro subordinato.

A ciò si aggiunga che, la previsione di una siffatta clausola risponderebbe a un principio di meritevolezza di un interesse del datore di lavoro ben preciso, che è stato rinvenuto nell’esborso economico sostenuto dall’azienda per la formazione di un proprio dipendente (e quindi in un investimento che possa consentire alla stessa di beneficiare, per un arco temporale minimo e ritenuto congruo, del bagaglio di conoscenze acquisito dal lavoratore).

La pronuncia specifica altresì che, ai fini dell’applicazione della penale, non rileva il fatto che il lavoratore abbia tratto un effettivo vantaggio economico dal conseguimento della specifica formazione ricevuta, né la scelta del piano formativo (la tipologia e il costo della formazione sono rimesse all’esclusiva volontà del datore di lavoro e non sindacabili ex art. 41 Cost.), né ancora la modalità di erogazione della formazione (se avvenuta in “aula” o “on the job” in affiancamento ai colleghi). Ciò che legittima la previsione di un patto di stabilità è unicamente un equo bilanciamento tra il vincolo assunto dal dipendente e i sacrifici economici-normativi richiesti al datore di lavoro.

Applicando i principi esposti alla fattispecie in esame, il Giudice ha condannato un lavoratore apprendista al pagamento di una somma pari a 125 giornate di formazione professionale (in parte già trattenuta nell’ultima busta paga) per aver lo stesso dato le proprie dimissioni volontarie durante il suo percorso di formazione, ossia nel periodo contrattualizzato di durata minima del rapporto.

Data di pubblicazione
12.06.2024

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