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Il valore probatorio della perizia di parte: può formare oggetto del principio di non contestazione?

(Cass. Civ., Sez. III, Ord. n. 5362 del 28 febbraio 2025).

La Suprema Corte di cassazione, con ordinanza n. 5362 del 28 febbraio 2025, è tornata ad affrontare il tema della validità probatoria della consulenza tecnica di parte.

Nel caso in esame, una società stipulava con una società di leasing un contratto di locazione finanziaria avente ad oggetto un immobile. Successivamente, tuttavia, a seguito di inadempimento nel pagamento dei canoni, la concedente si avvaleva della clausola risolutiva prevista dal contratto e l’immobile le veniva riconsegnato.

A fronte dell’avvenuta riconsegna del bene, la società utilizzatrice, considerata la natura traslativa del contratto di leasing sottoscritto, richiedeva alla società concedente la restituzione della somma già versata a titolo di canone, ex art. 1526 c.c., fatto salvo il compenso dovuto per l’uso intercorso. Ricevuto il rifiuto della società concedente, l’utilizzatrice la citava in giudizio avanti al Tribunale di Brescia.

Si costituiva in giudizio la società concedente, che insisteva per l’applicazione della clausola risolutiva prevista dal contratto, ai sensi della quale, in caso di risoluzione per inadempimento dell’utilizzatore, il concedente avrebbe avuto diritto a chiedere il residuo credito, ovvero i canoni scaduti non pagati e maturati sino alla data di risoluzione e i canoni a scadere, oltre il valore di riscatto, detratto quanto ottenuto dalla riallocazione del bene sul mercato.

Avverso quanto eccepito dalla concedente, l’utilizzatrice richiedeva, ai sensi del disposto di cui all’articolo 1384 c.c., la riduzione della penale contrattualmente pattuita in quanto manifestatamente eccessiva. Tale circostanza veniva, tuttavia, confutata dalla concedente mediante produzione di una propria perizia di parte avente ad oggetto il valore locativo del bene oggetto del contratto di leasing.

La Corte d’appello di Brescia, confermando quanto già deciso all’esito del primo grado di giudizio dal Tribunale di Brescia, rigettava le domande della utilizzatrice. La Corte, in particolare, riconosceva come perfettamente valide ed applicabili la clausola risolutiva e la penale prevista in conseguenza, ritenendo che, considerata la perizia prodotta dalla concedente, non sussistessero i presupposti per la riduzione della penale.

La società utilizzatrice proponeva ricorso per cassazione avverso la sentenza emessa all’esito del secondo grado di giudizio. I motivi di ricorso riguardavano, in sostanza, il fatto che i precedenti Giudici avessero quantificato il valore dell’immobile sulla base della mera perizia di parte, nonostante l’utilizzatrice avesse a più riprese richiesto l’esperimento di una CTU, e senza neppure aver adeguatamente motivato la decisione.

La Corte di cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando come la Corte d’appello non avesse tenuto conto del fatto che, sebbene la quantificazione del valore dell’immobile possa essere valutata anche senza consulenza tecnica d’ufficio, se la quantificazione si compie mediante una perizia di parte della concedente – cioè della parte che dovrebbe versare il surplus all’altra in caso di riduzione ex articolo 1384 c.c. – occorre, per l’ontologica non terzietà di detta valutazione, che la scelta sia sostenuta con una specifica motivazione, a nulla valendo il fatto che la perizia non fosse stata, come rilevato dalla Corte, specificatamente contestata dall’avversario.

La Corte, dunque, riprendendo principi già esposti in precedenza, ha affermato che “occorre, se si fonda la decisione su una perizia di parte stragiudiziale, che il giudice “fornisca adeguata motivazione di tale sua valutazione” (…); ma ancor più importante è quella giurisprudenza di legittimità – pienamente condivisibile – che riconosce che la consulenza tecnica di parte, “costituendo una semplice allegazione difensiva a contenuto tecnico”, risulta essere “priva di autonomo valore probatorio” (Cass. 259/2013) e costituisce una “mera allegazione defensionale di cui il giudice, per il principio del libero convincimento, deve fornire adeguata motivazione, qualora contenga dati o considerazioni ritenute rilevanti ai fini della decisione (Cass. ord. 2524/2023). E vanno altresì evocati ulteriori arresti quali Cass. ord. 34450/2022 (per cui le conclusioni raggiunte in una perizia stragiudiziale “non possono formare oggetto di applicazione del principio di non contestazione” ex articolo 115 c.p.c. perché “non assurgono a fatto giuridico suscettibile di prova, ma costituiscono un mero elemento indiziario soggetto a doverosa valutazione da parte del giudice”)”.

Stante quanto rilevato, dunque, la Suprema Corte ha accolto il ricorso e cassato la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’appello di Brescia affinché, in diversa composizione, proceda ad un nuovo esame facendo applicazione dei principi ribaditi.

Data di pubblicazione
11.04.2025
Argomento trattato
Contenzioso e Arbitrato

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