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La mancata convocazione a visita medica da parte del datore di lavoro del lavoratore assentatosi per malattia per più di 60 giorni continuativi non giustifica il mancato rientro al lavoro

(Cass. Civ., Sez. Lav., Ord. n. 29756 del 12 ottobre 2022)

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 29756 del 12 ottobre 2022, è tornata ad esprimersi in merito alle conseguenze derivanti dalla mancata convocazione a visita medica di idoneità alla mansione da parte del datore di lavoro del lavoratore assentatosi per malattia per più di 60 giorni consecutivi a fronte del mancato rientro al lavoro di quest’ultimo.

Nel caso in esame una lavoratrice, rimasta assente per malattia per oltre 60 giorni consecutivi, giunta al termine della malattia non rientrava al lavoro poiché non convocata a visita medica dal datore di lavoro ai sensi dell’articolo 41, co. 2, lett. e-ter, del D.lgs. 81/2008.

Successivamente la lavoratrice veniva licenziata per giusta causa consistente nell’assenza ingiustificata da lavoro.

La lavoratrice, dunque, agiva in giudizio nei confronti dell’ex datore di lavoro chiedendo l’accertamento dell’invalidità del licenziamento intimato, in ragione del fatto che la sua assenza avrebbe, a suo dire, dovuto ritenersi giustificata in quanto derivante da un mancato adempimento agli obblighi di legge da parte del datore di lavoro.

La Corte d’Appello, conformemente a quanto già sancito della sentenza di primo grado, rigettava le domande della lavoratrice che, dunque, ricorreva in Cassazione.

La Suprema Corte rigettava il ricorso della lavoratrice ribadendo il principio secondo cui “la visita medica a seguito di assenza del lavoratore superiore a 60 giorni … deve precedere l’assegnazione alle medesime mansioni svolte prima dell’inizio dell’assenza e la sua omissione giustifica l’astensione ex art. 1460 c.c. dall’esecuzione di quelle mansioni, ma non anche la mancata presentazione sul posto di lavoro, ben potendo il datore di lavoro disporre, nell’attesa della visita medica, l’eventuale e provvisoria diversa collocazione del lavoratore nell’impresa”.

Pertanto, secondo la Corte di Cassazione, l’articolo 41 del D. Lgs. n. 81/2008 non autorizza il lavoratore a rimanere assente in attesa dell’iniziativa datoriale.

È onere del lavoratore, invece, una volta cessato lo stato di malattia, a prescindere dalla convocazione a visita medica, presentarsi al lavoro e offrire la prestazione lavorativa.

 

Sulla legittimità della registrazione per scopi difensivi di conversazioni intercorse con i colleghi.

(Cass. Civ., Sez. Lav., Sent. n. 28398 del 29 settembre 2022)

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 28398 del 29 settembre 2022, ha affermato che è legittimo il comportamento di un lavoratore che effettua registrazioni sul posto di lavoro per tutelare la propria posizione lavorativa e per costituire fonte di prova.

Nel caso in esame una lavoratrice agiva in giudizio nei confronti della ex datrice di lavoro, chiedendo l’accertamento della natura ritorsiva del licenziamento intimatole.

Il Giudice di primo grado dichiarava l’illegittimità del licenziamento, ritenendolo fondato su addebiti al più sanzionabili con misure conservative, ma escludeva la sua natura ritorsiva, che la lavoratrice aveva inteso dimostrare mediante l’utilizzo di registrazioni di colloqui con un collega

In particolare, in merito all’utilizzabilità delle registrazioni, il Tribunale dichiarava di ritenere le stesse inutilizzabili in quanto illegittimamente captate.

La sentenza veniva impugnata avanti alla Corte d’Appello di Salerno che respingeva sia il reclamo principale della società datrice di lavoro che il reclamo incidentale della lavoratrice, confermando la sentenza di primo grado.

Con riferimento alla possibilità di utilizzare le registrazioni, il giudice di secondo grado confermava integralmente la loro inutilizzabilità precisando, anzi, che la registrazione all’insaputa dei conversanti avrebbe integrato una grave violazione del diritto alla riservatezza.

La società datrice di lavoro impugnava la sentenza avanti alla Corte di Cassazione la quale, rigettando il ricorso, circa l’utilizzabilità delle registrazioni ricordava che “è legittima (id est: inidonea all’integrazione di un illecito disciplinare) la condotta del lavoratore che abbia effettuato la registrazione di colloqui sul luogo di lavoro per tutelare la propria posizione all’interno dell’azienda e per precostituirsi un mezzo di prova, rispondendo la stessa, se pertinente alla tesi difensiva e non eccedente le sue finalità, alle necessità conseguenti al legittimo esercizio di un diritto”.

Ciò in quanto “il diritto di difesa non è limitato alla pure e semplice sede processuale, estendendosi a tutte quelle attività diretta ad acquisire prove in essa utilizzabili, ancor prima che la controversia sia formalmente instaurata”.

È pertanto legittima la registrazione di una conversazione tra presenti in tutti i casi in cui la registrazione sia finalizzata al legittimo esercizio del diritto di difesa.

La sentenza della Corte d’Appello, dunque, doveva essere riformata posto che nell’ambito della stessa il Giudice di secondo grado si era limitato a dichiarare l’inutilizzabilità delle registrazioni senza verificare se, nel concreto, ricorressero i requisiti cui è subordinata la legittimità delle stesse.

La Corte di Cassazione, dunque, accoglieva il ricorso incidentale presentato dalla lavoratrice e rinviava alla Corte d’Appello di Salerno in diversa composizione affinché decidesse in maniera conforme ai principi sanciti.

 

La dimostrabilità per presunzioni semplici della malattia professionale da infezione virale.

(Cass. civ., Sez. VI, Ord. n. 29435 del 10 ottobre 2022)

La Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi in merito alla dimostrabilità per presunzioni semplici della malattia professionale da infezione virale.

Nel caso di specie, un lavoratore, ex infermiere presso una RSA gestita da una Cooperativa privata, agiva nei confronti di INAIL al fine di ottenere la relativa copertura e il conseguente indennizzo in ragione della contrazione del virus HCP nel corso dell’espletamento dell’attività lavorativa.

La Corte d’Appello di Palermo, confermando la sentenza del Tribunale, rigettava la domanda proposta dal lavoratore. La Corte riteneva che, stante la possibile origine plurifattoriale della malattia, non fosse sufficiente che il lavoratore riportasse di aver ordinariamente medicato e trattato pazienti epatopatici, essendo necessario che egli fornisse la prova rigorosa del verificarsi dell’evento infettante in occasione dello svolgimento dell’attività lavorativa.

Il lavoratore ricorreva per la cassazione della sentenza di secondo grado.

Investita della questione, la Corte di Cassazione ribadiva l’assunto secondo cui “nell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, costituisce causa violenta anche l’azione di fattori microbici o virali che, penetrando nell’organismo umano, ne determinino l’alterazione dell’equilibrio anatomo – fisiologico, sempreché tale azione, pur se i suoi effetti si manifestino dopo un certo tempo, sia in rapporto con lo svolgimento dell’attività lavorativa, anche in difetto di una specifica causa violenta alla base dell’infezione” con l’aggiunta che “la relativa dimostrazione può essere fornita in giudizio anche mediante presunzioni semplici”.

Alla luce di tali principi la Suprema Corte cassava la sentenza impugnata, rinviando alla Corte d’Appello affinché ricostruisse in via probabilistica l’esistenza o meno di un nesso causale tra l’evento morboso denunciato e l’attività professionale, secondo la tipologia di essa e le modalità concrete del suo svolgimento, ma senza necessità di riscontrare l’esistenza di uno specifico episodio o contatto infettante in occasione di lavoro.

Data di pubblicazione
24.10.2022
Argomento trattato

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