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La responsabilità dei sindaci non è subordinata ad une espressa previsione di legge

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 4315 del 19 febbraio 2024, ha statuito che “In tema di responsabilità degli organi sociali, la configurabilità dell’inosservanza del dovere di vigilanza imposto ai sindaci dall’art. 2407, comma 2, cod. civ. non richiede l’individuazione di specifici comportamenti che si pongano espressamente in contrasto con tale dovere, ma è sufficiente che essi non abbiano rilevato una macroscopica violazione o comunque non abbiano in alcun modo reagito di fronte ad atti di dubbia legittimità e regolarità, così da non assolvere l’ incarico con diligenza, correttezza e buona fede, eventualmente anche segnalando all’assemblea le irregolarità di gestione riscontrate o denunciando i fatti al Pubblico Ministero per consentirgli di provvedere ai sensi dell’art. 2409 cod.civ. Sussiste, infatti, un obbligo di attivazione e di immediata reazione dei sindaci tutte le volte in cui gli organi amministrativi abbiano compiuto atti di mala gestio, ricorrendo tale fattispecie anche nel caso in cui, in presenza di una situazione gravemente deficitaria della società, gli organi amministrativi non abbiano attuato il c.d. autofallimento, così determinando l’aggravamento del dissesto.”

Nella vicenda in oggetto, i sindaci di una S.p.a. fallita, impugnavano il decreto emesso dal Tribunale di Lagonegro con cui si rigettava l’opposizione allo stato passivo ex art. 98 legge fall. promossa da quest’ultimi.

Nell’ambito della procedura fallimentare era stata rigettata la domanda di insinuazione dei crediti ex art. 2751 bis n. 2 c.c., richiesti in privilegio a titolo di compenso maturato per lo svolgimento dell’attività di sindaco della società fallita.

In particolare, il Tribunale aveva accolto l’eccezione di inadempimento sollevata dalla curatela nei confronti dei sindaci, osservando come gli stessi, nonostante le specifiche contestazioni mosse nei loro confronti nel corso del giudizio di opposizione, non avessero allegato nessuna documentazione utile per la loro difesa, senza neppure articolare alcun mezzo istruttorio.

Nello specifico, a fronte di una situazione gravemente deficitaria della società, veniva contestato ai sindaci il loro mancato intervento sia sugli organi amministrativi, i quali non avevano attuato il cd. “autofallimento”, sia in merito al loro mancato parere sulla delibera assembleare straordinaria con cui veniva deciso di avviare la procedura di concordato.

Avverso il decreto del Tribunale, i sindaci proponevano ricorso per Cassazione, per tre motivi.

Con il primo motivo, i ricorrenti esponevano che nessuno degli adempimenti richiesti dalla curatela fossero imposti dalla legge al collegio sindacale. Di conseguenza, a detta dei sindaci, sarebbe risultata illegittima la contestazione relativa all’omessa emanazione da parte del collegio sindacale di un parere a seguito della decisione dell’assemblea straordinaria della società poi fallita di autorizzare il liquidatore a presentare domanda di concordato preventivo.

Con il secondo motivo veniva invocata la nullità della sentenza per motivazione inesistente e/o apparente. A detta dei ricorrenti, il Tribunale di Lagonegro aveva omesso di valutare se le due asserite omissioni contestate ai ricorrenti fossero gravi o di scarsa importanza, in relazione all’interesse della società.

Con il terzo ed ultimo motivo, i ricorrenti lamentavano la circostanza che sarebbe stato onere del fallimento (presunto danneggiato) fornire la prova del nesso di causalità tra le asserite omissioni del collegio sindacale ed il non meglio precisato danno.

Ebbene, la Cassazione, esaminati i tre motivi unitariamente in quanto connessi tra loro, ha ritenuto il ricorso proposto dai sindaci inammissibile.

Secondo la Corte, nel caso in cui “il sindaco di una società fallita proponga opposizione allo stato passivo, dolendosi dell’esclusione di un credito (al compenso maturato) del quale aveva chiesto l’ammissione, il Fallimento, dinanzi alla pretesa creditoria azionata nei suoi confronti, può sollevare, per paralizzarne l’accoglimento in tutto o in parte, l’eccezione di totale o parziale inadempimento o d’ inesatto adempimento da parte dello stesso ai propri obblighi contrattuali, e ciò in applicazione dei principi in tema di onere della prova nell’adempimento delle obbligazioni enunciati da questa Corte a partire dalla sentenza a Sezioni Unite n, 13533/2001 (conf. 8615/2006, n. 15659/2011, n. 826/2015, n. 98/2019), che vanno modellati in relazione alla peculiarità delle funzioni del sindaco, che svolge un’attività di vigilanza dell’operato altrui.”

In particolare, la Corte ha specificato che il Fallimento può limitarsi ad allegare un comportamento specifico e negligente dei sindaci integrante l’inesatto adempimento degli stessi al loro dovere di vigilanza.

Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto come non vi fosse alcun dubbio circa l’eccezione sollevata dalla curatela di inesatto adempimento, consistente nella violazione del dovere di vigilanza gravante sul sindaco.

È, invece, onere del sindaco provare il fatto estintivo di tale dovere costituito dall’avvenuto esatto adempimento e di aver adeguatamente vigilato sulla condotta degli amministratori con la diligenza professionale.

Secondo la Corte, difatti, l’attività di vigilanza dei sindaci non si esaurisce nel mero burocratico espletamento delle attività specificamente indicate dalla legge, ma comportano l’obbligo di adottare ogni altro atto che, in relazione alle circostanze del caso fosse utile e necessario ai fini di un’effettiva ed efficace vigilanza sull’amministrazione della società e le relative operazioni gestorie.

Sul punto, nell’ordinanza viene precisato come “Sussiste, infatti, un obbligo di attivazione e di immediata reazione dei sindaci tutte le volte in cui gli organi amministrativi abbiano compiuto atti di mala gestio, ricorrendo tale fattispecie anche in una situazione, come quella descritta dal decreto impugnato, in cui, in presenza di una situazione gravemente deficitaria della società, gli organi amministrativi non abbiano attuato il cd. autofallimento, così determinando, peraltro, l’aggravamento del dissesto.”

In conclusione, dunque, non è richiesto per configurare la responsabilità dei sindaci, che un particolare comportamento, la cui inosservanza è idonea ad integrare una condotta omissiva dell’organo di controllo, sia espressamente previsto dalla legge.

Data di pubblicazione
1.03.2024

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