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Non si applica il rito fallimentare alle controversie di cui sia parte un fallimento che non incidono sullo stato passivo fallimentare

“La controversia tra debitore ceduto, curatela del fallimento del creditore cedente e terzo cessionario, in cui il debitore chieda una pronuncia diretta a stabilire quale sia, tra il cessionario e il cedente fallito, l’effettivo titolare del credito, il cessionario chieda la condanna del debitore ceduto a pagare quanto dovuto per effetto della cessione, e la curatela chieda l’accertamento della non opponibilità della cessione alla massa dei creditori del cedente, non rientra fra le controversie da trattare, ai sensi dell’art. 52, secondo comma, l.fall., con lo speciale rito previsto per l’accertamento del passivo dagli artt. 93 e segg. l.fall., in quanto non diretta ad incidere sullo stato passivo fallimentare (in assenza di domande di accertamento di crediti nei confronti della massa) ma diretta legittimamente ad incidere sull’attivo fallimentare, attraverso l’accertamento dell’esistenza, o meno, del credito nel patrimonio del cedente alla data del suo fallimento.”.

Questo è il recente principio espresso dalla Corte Cassazione con ordinanza n. 27700/2023.

La vicenda trae origine dalla dichiarazione di fallimento di una Società che, ancora in bonis, aveva ceduto ad alcune banche cessionarie un proprio credito maturato nell’ambito di un contratto d’appalto.

A fronte della richiesta di pagamento congiunta da parte delle cessionarie e del Curatore fallimentare, la debitrice appaltante si vedeva costretta a richiedere una pronuncia di accertamento al fine di comprendere nei confronti di quale soggetto dovesse effettuare il pagamento.

Nei primi due gradi di giudizio, accertata la regolarità delle cessioni del credito, veniva ordinato alla società appaltante di provvedere al pagamento nei confronti delle sole banche cessionarie.

Tuttavia, il Curatore fallimentare, non condividendo le statuizioni della Corte di Appello, proponeva ricorso in Cassazione.

In particolare, secondo il Curatore fallimentare le cessioni del credito effettuate precedentemente all’apertura della procedura concorsuale non svolgerebbero funzione solutoria, ma di garanzia.

Di conseguenza, nell’ambito di tali operazioni, il cedente non sarebbe liberato sino al pagamento del debitore ceduto e gli istituti di credito avrebbero dovuto insinuarsi al passivo fallimentare.

La tesi della Curatela è stata ritenuta infondata dalla Corte di Cassazione che, innanzitutto, ha evidenziato che il giudizio aveva ad oggetto esclusivamente la valutazione dell’efficacia delle cessioni di credito effettuate dalla società ancora in bonis e, conseguentemente, l’accertamento della titolarità dei crediti ceduti dall’appaltatore alle cessionarie.

Dunque, la domanda proposta dal debitore ceduto verso il fallimento aveva ad oggetto l’accertamento di un credito del fallito e non un debito.

Pertanto, non incidendo la controversia sullo stato passivo fallimentare, la controversia non rientrava tra quelle da trattare con lo speciale rito previsto per l’accertamento del passivo.

In conclusione, la Cassazione ha rigettato il ricorso non ritenendo fondati i motivi addotti dal Curatore fallimentare.

Data di pubblicazione
1.12.2023

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