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Nota casa di moda sottoposta ad amministrazione giudiziaria: responsabile di agevolazione colposa nei reati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

(Trib. Mil., Sez. Misure di Prevenzione., Decr. Sosp. n. 10 del 3 aprile 2024).

Il Tribunale di Milano, con decreto n. 10 del 3 aprile 2024, ha disposto l’amministrazione giudiziaria nei confronti di una nota casa di moda, rappresentativa del Made in Italy, per agevolazione colposa nei reati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, puniti dall’art. 603 bis c.p.

Nel caso in esame, la casa di moda svolgeva la propria attività esternalizzando la produzione di alcuni prodotti: in particolare, risultava che la produzione di diverse categorie di beni di lusso (quali borse, cinture e altra pelletteria) fosse ufficialmente affidata a due società, mediante un contratto generale di fornitura, senza la possibilità di sub-appaltare la produzione in oggetto.

A seguito delle indagini svolte dalla Procura a partire dal 2015, è emersa in realtà una situazione ben diversa: infatti, è stato accertato che le due società appaltatrici, prive di un reparto di produzione idoneo a soddisfare la richiesta, avevano dato in subappalto la produzione dei beni in oggetto ad opifici cinesi operanti in regime di sfruttamento dei lavoratori, condotta punita dall’art. 603 bis c.p.

In particolare, in detti opifici, era stata riscontrata la presenza di manovalanza “in nero” e clandestina, non erano state osservate le norme relative alla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, erano stati violati gravemente i Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro di settore, riguardo alle retribuzioni della manodopera, agli orari di lavoro, alle pause e alle ferie.

Alla luce del materiale probatorio raccolto, la Procura ha chiesto al Tribunale di Milano l’applicazione della misura dell’amministrazione giudiziaria ai sensi dell’art. 34 del Codice delle leggi antimafia a carico della società di moda, sulla scorta di una riscontrata “cultura d’impresa gravemente deficitaria sotto il profilo del controllo, anche minimo, della filiera produttiva” che dà vita ad una vera e propria “prassi illecita così radicata e collaudata da poter essere considerata inserita in una più ampia politica d’impresa diretta all’aumento del business”.

Il Tribunale, chiamato a decidere sull’applicazione della misura di prevenzione, ha rilevato che la società committente non aveva preso misure idonee alla verifica delle reali condizioni lavorative, né tanto meno delle capacità imprenditoriali delle aziende appaltatrici, tanto da agevolare colposamente soggetti raggiunti da corposi elementi probatori in ordine al reato di c.d. “caporalato”.

Più specificamente, il Tribunale ha accertato che non si era trattato di fatti episodici o limitati a singole partite di prodotti, ma di un sistema di produzione generalizzato e consolidato, alimentato dalla società committente che non aveva mai verificato la reale capacità imprenditoriale delle società appaltatrici, alle quali affidare la produzione.

Infatti, la decisione si fonda sulla circostanza che fosse stato effettuato da parte della committente un solo audit, nel quale non era stata rilevata l’assenza di un reparto di produzione presso le società appaltatrici, requisito essenziale per l’esecuzione del contratto di fornitura stipulato con la committente e circostanza rilevabile ictu oculi e, di per sé, implicante che la produzione dei prodotti sarebbe stata affidata a terzi.

Il Tribunale ha rilevato come tale sistema avesse il chiaro obiettivo dell’abbattimento dei costi e della massimizzazione dei profitti attraverso l’elusione delle norme penali e giuslavoristiche: infatti, i giudici hanno ricordato che il fenomeno dell’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, oltre che sottoporre i lavoratori a condizioni di sfruttamento e rischio per la loro incolumità, incide, falsandolo, sul mercato del lavoro, che nel caso di aziende virtuose espone le stesse a spese di retribuzione, contribuzione, assicurazione e di gestione della sicurezza del tutto sbilanciate rispetto a chi, come le ditte scrutinate, bypassandole in toto, le annulla completamente creando una concorrenza altamente sleale nei confronti di chi assume correttamente il proprio personale ai costi previsti dalla contrattazione collettiva vigente.

In conclusione, il Tribunale ha disposto l’applicazione dell’amministrazione giudiziaria, statuendo che: “la condotta agevolatoria in esame – in quanto connessa in modo strutturale ed endemico all’organizzazione della produzione da parte delle società appaltatrici, nonché funzionale a realizzare una massimizzazione dei profitti, anche a costo di instaurare stabili rapporti con soggetti dediti allo sfruttamento dei lavoratori, si presenta come condotta continuativa e perdurante nel tempo, integrando appieno il presupposto indicato dalla norma”.

 

Data di pubblicazione
19.06.2024

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