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Reintegra per il lavoratore licenziato per aver rifiutato un trasferimento non motivato

(Trib. Tivoli., Sez. Lav., Sent. n. 519 del 27 marzo 2024).

Il Tribunale di Tivoli, con la sentenza n. 519 del 27 marzo 2024, si è espresso in merito alla tutela da accordare al lavoratore licenziato per aver rifiutato il trasferimento disposto in mancanza di comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive.

Nel caso in esame, due lavoratori venivano licenziati per assenza ingiustificata per non essersi presentati presso il nuovo posto di lavoro a seguito del trasferimento disposto dalla società datrice di lavoro presso una sede a 400 km di distanza e comunicato con soli 5 giorni di preavviso.

I lavoratori impugnavano il licenziamento chiedendo che fosse accertata l’illegittimità del trasferimento perché non sorretto da comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive e conseguentemente che venisse dichiarato illegittimo il licenziamento disciplinare irrogato.

Il Tribunale di Tivoli preliminarmente ha ricordato il noto principio per il quale il provvedimento che dispone il trasferimento non è soggetto ad alcun onere di forma, né deve necessariamente contenere l’indicazione dei motivi. Tuttavia, il giudice ha evidenziato che, qualora sia contestata la legittimità del trasferimento, il datore di lavoro ha l’onere di allegare e provare in giudizio le ragioni che lo hanno determinato, fornendo la prova delle reali ragioni tecniche, organizzative e produttive che lo giustificano.

Infatti, se da una parte non è sindacabile il merito della scelta datoriale tra diverse soluzioni utilizzabili per far fronte alle esigenze dell’impresa, dall’altra, in applicazione dei principi generali di correttezza e buona fede ex art. 1375 c.c., qualora il datore di lavoro possa far fronte a dette esigenze avvalendosi di differenti soluzioni organizzative, per lui paritarie, è tenuto a preferire quella meno gravosa per il dipendente, soprattutto nel caso in cui questi deduca e dimostri la sussistenza di serie ragioni ostative al trasferimento.

Il Tribunale, alla luce delle testimonianze e delle allegazioni documentali, ha ritenuto non provate le valide ragioni economico-organizzative dei trasferimenti operati, né tantomeno l’impossibilità di ricollocare i lavoratori presso una sede più vicina a quella precedentemente assegnata. Pertanto, ha riconosciuto che la società, nella gestione dei trasferimenti, non si era conformata ai principi di correttezza e buona fede, con la conseguenza che gli stessi dovevano ritenersi illegittimi.

A questo punto, il Tribunale ha specificato che occorreva verificare se l’illegittimità del licenziamento avesse reso lecito il rifiuto dei lavoratori di prestare la propria opera nel luogo di destinazione.

Orbene, il giudice ha rilevato che i lavoratori avevano invocato, per giustificare il mancato adempimento, i principi di cui all’art.1460 c.c. che nei contratti a prestazioni corrispettive, quale è il rapporto di lavoro subordinato, consentono al debitore di rifiutare la prestazione a fronte dell’inadempimento del creditore.

In tal caso, il fatto giustificativo della mancata esecuzione sarebbe rappresentato dall’illegittimo trasferimento disposto nei loro confronti.

Al riguardo, il Tribunale ha rammentato che in tema di trasferimento adottato in assenza di comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive, l’inadempimento datoriale non legittima automaticamente il rifiuto del lavoratore ad eseguire la prestazione lavorativa, poiché, trovando applicazione il disposto dell’art. 1460, comma 2, c.c., la parte adempiente può rifiutarsi di eseguire la prestazione a proprio carico solo ove tale rifiuto, avuto riguardo alle circostanze concrete, non risulti contrario alla buona fede.

Alla luce di tale principio di diritto, il Tribunale di Tivoli, procedendo ad una valutazione comparativa degli opposti inadempimenti, avuto riguardo anche alla loro proporzionalità rispetto alla funzione economico-sociale del contratto ed alla loro rispettiva incidenza sull’equilibrio sinallagmatico, sulle posizioni delle parti e sugli interessi delle stesse, ha riconosciuto che parte datoriale non aveva operato nel rispetto dei principi di buona fede e correttezza con la conseguenza che il rifiuto dei lavoratori non poteva considerarsi inadempimento, dovendosi concludere, pertanto, per l’insussistenza del fatto contestato.

Il Tribunale ha dunque riconosciuto, anche per i nuovi assunti nel regime delle tutele crescenti, la tutela reintegratoria e il diritto a un’indennità risarcitoria in misura pari all’intervallo non lavorato, fino a un massimo di 12 mensilità.

Data di pubblicazione
10.04.2024

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