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Rifiuto della variazione oraria e rimodulazione del g.m.o.

Con la recente pronuncia n. 29337 del 23 ottobre 2023 la Corte di Cassazione è tornata ad affrontare un tema molto dibattuto in giurisprudenza (ex multis Cass. n. 30093 del 30 ottobre 2023; Cass. n. 12244 del 9 maggio 2023): i confini di legittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato a seguito del rifiuto del lavoratore alla variazione del proprio regime orario (da part-time a full-time o viceversa).

Come noto, l’art. 8 del D. Lgs n. 81/2015 a norma del quale “il rifiuto del lavoratore di trasformare il proprio rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto a tempo parziale, o viceversa, non costituisce giustificato motivo di licenziamento” non osta di per sé all’intimazione del recesso datoriale, ma comporta una rimodulazione del giustificato motivo oggettivo e dell’onere probatorio posto a carico del datore di lavoro.

In tale contesto, ai fini della sussistenza del giustificato motivo oggettivo di licenziamento, occorre:

  • che le ragioni economiche e organizzative addotte dal datore di lavoro siano effettive e tali da non consentire il mantenimento della prestazione alle preesistenti condizioni di orario di lavoro;
  • che il dipendente abbia opposto il proprio rifiuto alla proposta datoriale di trasformazione oraria del rapporto;
  • che l’esigenza di modifica dell’orario di lavoro del lavoratore e il licenziamento siano strettamente connessi.

Conseguentemente, sul datore di lavoro incombe uno stringente onere probatorio. Questi dovrà infatti dimostrare, con la documentazione in suo possesso e gli elementi di fatto necessari a supportare la propria tesi (cfr. Cass. n. 29337/2023), non solo l’effettività delle motivazioni che implicano la riorganizzazione aziendale, ma anche l’impossibilità dell’utilizzo della prestazione nella precedente distribuzione oraria (ciò sempre tenuto conto dell’insindacabilità delle scelte – in termini di congruità e opportunità – operate dall’imprenditore).

Diversamente, in mancanza di prova di tali circostanze, il provvedimento espulsivo sarà ritenuto illegittimo in quanto intimato come conseguenza diretta e automatica del rifiuto del dipendente.

Nella sentenza in commento, la Suprema Corte – nel caso di un’impresa che, optando per una riorganizzazione aziendale da cui era scaturita l’esigenza di sole prestazioni di lavoro full-time per uno stabile incremento della clientela, aveva licenziato una dipendente che aveva rifiutato il passaggio a tempo pieno – ha chiarito che: “la Corte di appello non avrebbe dovuto sindacare la scelta imprenditoriale di sostituire il dipendente part time con uno full time, ma avrebbe dovuto verificare (ed adeguatamente motivare) se il datore di lavoro avesse dimostrato che quella era l’unica soluzione organizzativa possibile per fare fronte al nuovo andamento economico dell’azienda, in una situazione in cui il recesso di un lavoratore part time, che si sia rifiutato di modificare il proprio orario di lavoro, si manifesta appunto quale extrema ratio di soluzione del problema organizzativo” (v. Cass. n. 29337/2023).

Data di pubblicazione
8.11.2023

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