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Sulla decorrenza della prescrizione dei crediti del lavoratore a seguito della legge Fornero e del Jobs Act.

(Cass. civ., Sez. lavoro, Sent., n. 26246 del 6 settembre 2022)

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 26246 del 6 settembre 2022, si è pronunciata in merito alla annosa questione della decorrenza della prescrizione dei crediti del lavoratore, giungendo alla conclusione secondo cui la prescrizione non decorrerà più in costanza del rapporto di lavoro: il dies a quo andrà identificato dalla data di cessazione dello stesso.

Dagli anni ‘60 ad oggi, la questione è stata oggetto di un acceso dibattito in esito alla quale la giurisprudenza, anche costituzionale, si era inizialmente orientata verso la teoria secondo la quale la prescrizione decorreva già in costanza di rapporto per i lavoratori assistiti dalla cd. tutela reale (aziende con più di 15 dipendenti), ovvero per coloro che in un eventuale giudizio sulla legittimità del licenziamento avrebbero potuto rivendicare la tutela reintegratoria.

Tuttavia, a seguito dell’entrata in vigore della Legge Fornero e del Jobs Act, viste le importanti modifiche apportate all’art. 18 Stat. Lav., la dottrina e la giurisprudenza sono giunte alla conclusione che, essendo ormai la reintegrazione una tutela residuale, il principio di cui sopra andava rivisto.

È proprio sulla scorta di tale ultima considerazione che con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione ha espresso il principio di diritto per cui “Il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, così come modulato per effetto della L. n. 92 del 2012 e del D.Lgs. n. 23 del 2015, mancando dei presupposti di predeterminazione certa delle fattispecie di risoluzione e di una loro tutela adeguata, non è assistito da un regime di stabilità. Sicché, per tutti quei diritti che non siano prescritti al momento di entrata in vigore della L. n. 92 del 2012, il termine di prescrizione decorre, a norma del combinato disposto degli artt. 2948, n. 4 e 2935 c.c., dalla cessazione del rapporto di lavoro”.

Nel caso di specie, la Cassazione ha accolto le domande di due lavoratrici volte ad ottenere l’accertamento ed il pagamento di differenze retributive maturate durante il rapporto di lavoro intercorso con la datrice di lavoro, rilevando – alla luce del principio espresso – che la prescrizione non si era ancora compiuta.

I limiti di legittimità dei controlli investigativi svolti da agenzia investigativa esterna.

(Cass. civ., Sez. Lav., Ord. n 25287 del 24 agosto 2022)

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 25287 del 24 agosto 2022, è tornata ad esprimersi in merito ai limiti di legittimità dei controlli investigativi svolti da agenzia investigativa esterna, nell’ambito di un particolare caso.

Un lavoratore impugnava il licenziamento intimatogli dalla società datrice di lavoro la quale aveva scoperto che nel corso dell’orario lavorativo il dipendente si allontanava spesso dal luogo di lavoro per svolgere incontri non connessi alla propria attività lavorativa. Ciò era emerso casualmente, in occasione di controlli investigativi che la società aveva disposto su un altro dipendente, che ad avviso dell’azienda non faceva un corretto utilizzo dei permessi ex L. 104/1992.

La Corte d’Appello di Roma, ritenuta infondata la censura mossa dal lavoratore circa la legittimità dei controlli svolti, confermava la legittimità del licenziamento intimato.

Avverso la sentenza di secondo grado ha proposto ricorso per Cassazione l’ex dipendente, rilevando, in particolare, la violazione e falsa applicazione della disciplina dettata in materia di controllo della prestazione lavorativa mediante agenzia investigativa esterna.

Preliminarmente, la Corte di Cassazione ha confermato che i controlli a mezzo di investigatori sono legittimi  evidenziando che  “in ordine alla portata della L. n. 300 del 1970, artt. 2 e 3, […] essi non precludono il potere dell’imprenditore di ricorrere alla collaborazione di soggetti, esterni (come, nella specie, un’agenzia investigativa), ancorché il controllo non possa riguardare, in nessun caso, né l’adempimento, né l’inadempimento dell’obbligazione contrattuale del lavoratore di prestare la propria opera, essendo l’inadempimento stesso riconducibile, come l’adempimento, all’attività lavorativa, che è sottratta a tale vigilanza. Il controllo esterno, quindi, deve limitarsi agli atti illeciti del lavoratore non riconducibili al mero inadempimento dell’obbligazione”.

Stante quanto affermato, la Suprema Corte ha, dunque, evidenziato che l’operato di dette agenzie non deve sconfinare nella vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria, riservata al datore di lavoro; dovendo, di contro, essere limitato alla verifica dell’avvenuta perpetrazione di illeciti, anche laddove vi sia un sospetto o la mera ipotesi che illeciti siano in corso di esecuzione.

La Corte di Cassazione, dunque, ha ritenuto che l’attività investigativa, sebbene occasionata da analogo seppur legittimo controllo nei confronti di un’altra dipendente, essendosi esplicata nel corso dell’orario lavorativo del dipendente e durante l’espletamento dell’attività lavorativa, doveva ritenersi coincidere con detta attività e considerarsi, pertanto, illegittima.

La Suprema Corte, pertanto, ha accolto il ricorso, rinviando alla Corte d’Appello di Roma affinché provveda al riesame della questione.

Sulla possibilità di derogare all’art. 2112 c.c. con accordo sindacale stipulato da società in stato di crisi.

(Cass. civ., Sez. lavoro, Ord., n. 25055 del 22 agosto 2022)

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 2505 del 22 agosto 2022, si è espressa sulla possibilità o meno di un accordo sindacale di attuare una deroga all’art. 2112 c.c. nella parte in cui dispone l’obbligo di trasferire tutti i dipendenti nell’ambito di un trasferimento di azienda.

Nel caso di specie, una lavoratrice aveva impugnato il recesso intimatole dalla società presso la quale era assunta.

A seguito del procedimento collettivo, la società, che versava in uno stato di crisi aziendale, veniva ceduta e nell’ambito di tale cessione venivano conclusi accordi sindacali che prevedevano il trasferimento dalla cedente alla cessionaria dei soli lavoratori indicati in appositi elenchi, in deroga a quanto previsto dall’art. 2112 c.c.

La Corte di Appello di Roma, in riforma della pronuncia di primo grado, dichiarava illegittimo il licenziamento, e, ritenendo fossero stati violati i criteri di scelta dei lavoratori da licenziare, condannava la società alla reintegra della dipendente nel posto di lavoro, nonché a corrispondere a quest’ultima un’indennità risarcitoria pari a 12 mensilità.

Secondo la Corte territoriale, gli effetti ripristinatori del rapporto dovevano trasferirsi all’impresa cessionaria, non essendo opponibile da parte di quest’ultima l’esclusione prevista dagli accordi sindacali conclusi nell’ambito della procedura di cessione di azienda per i lavoratori non facenti parte degli appositi elenchi.

Contro la sentenza d’appello hanno proposto ricorso in Cassazione sia la società cedente, che la cessionaria.

La società cedente ha lamentato, con tre motivi di censura, che la lavoratrice non avesse provato quali lavoratori sarebbero stati “preferiti”. Tutti i motivi sollevati dalla cedente non hanno trovato accoglimento. La società cessionaria ha principalmente rivendicato la bonarietà degli accordi collettivi intervenuti nell’ambito di una situazione di crisi aziendale in deroga all’art. 2112 c.c.

La Corte di legittimità ha ritenuto tale motivo infondato ribandendo il principio secondo cui “In caso di trasferimento che riguardi aziende delle quali sia stato accertato lo stato di crisi aziendale […] l’accordo sindacale di cui alla L. 29 dicembre 1990, n. 428, articolo 47, comma 4 bis, inserito dal Decreto Legge n. 135 del 2009, conv. in L. n. 166 del 2009, può prevedere deroghe all’articolo 2112 c.c. concernenti le condizioni di lavoro, fermo restando il trasferimento dei rapporti di lavoro al cessionario“.

Il motivo sollevato dalla cessionaria è stato ritenuto infondato.

Data di pubblicazione
12.09.2022
Argomento trattato

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